Inquinamento e infertilità in Sicilia – secondo congresso regionale a Siracusa

Se i più recenti e accreditati studi scientifici hanno individuato nell’inquinamento ambientale una delle cause più gravi di infertilità a livello globale, la Sicilia rappresenta una delle aree del mondo a più alto rischio. È dunque un’autentica emergenza la tematica di cui si occuperà il secondo Congresso regionale siciliano della SIRU-Società Italiana della Riproduzione Umana, che affronterà a 360 gradi un problema di interesse generale, aprendo per la prima volta un dialogo e un confronto tra la comunità scientifica, i cittadini e le istituzioni, proprio sulle interrelazioni tra la riproduzione umana e l’inquinamento ambientale.

I dati parlano chiaro e denunciano una situazione tanto drammatica quanto articolata. I metalli pesanti, gli idrocarburi, sono infatti all’origine di un impressionante progressione del tasso di abortività e malformazioni congenite che si registrano, ad esempio, a Priolo, Gela, Milazzo e nella Valle del Mela. Mentre pesticidi e altre sostanze impiegate nella coltivazione delle terre – si pensi alla zona di Pachino – portano ad “inquinare” i gameti: siamo davanti ad un vero e proprio inquinamento del sistema riproduttore con la conseguente drastica riduzione della fertilità e dunque delle gravidanze, anche nelle coppie giovani. Per non dire del sospetto che scorie nucleari vengano celate nella miniera di Pasquasia, nell’ennese.

L’area aretusea è tra le più colpite, circostanza che ha influito nella scelta della sede congressuale, Siracusa, che venerdì 3 e sabato 4 maggio ospiterà all’Urban Center (in via Nino Bixio 1/A) oltre duecento partecipanti, con una folta rappresentanza di ginecologi, andrologi, biologi, genetisti, pediatri, psicologi, ostetrici, esperti legali e cittadini-pazienti.Nata appena due anni fa, il 29 marzo 2017, la SIRU si è infatti ben presto configurata come la maggiore e di gran lunga più rappresentativa società scientifica tra quante operano in Italia nell’ambito della Riproduzione Umana. E ciò grazie al suo programma-manifesto innovativo e alla chiara volontà statutaria di «unire tutte le professionalità e gli operatori coinvolti nella Medicina e Biologia della Riproduzione». Ad oggi gli associati sono oltre 800, distribuiti su tutto il territorio nazionale, organizzati e presenti in tutte le Regioni italiane.

Proprio grazie alla multidisciplinarità e multiprofessionalità che caratterizza la SIRU, durante il congresso siracusano il percorso riproduttivo, compromesso dall’inquinamento, sarà studiato o analizzato momento per momento. Verrà affidata agli andrologi l’analisi dell’effetto inquinamento sui gameti maschili (spermatozoi) e ai ginecologi quello sui gameti femminili (ovociti), mentre i biologi illustreranno gli esiti sull’embrione e il suo sviluppo. Ancora la ginecologia farà luce sulle ripercussioni in gravidanza, mentre neonatologi, pediatri e genetisti indagheranno i risvolti sulla salute generale e riproduttiva del nascituro, guardando all’infanzia fino all’età adulta, senza trascurare le implicazioni psicologiche e le complesse questioni legali.

Tutela, prevenzione e sicurezza delle cure sono fra gli obiettivi primari della SIRU, già membro attivo della prestigiosa International Federation of Fertility Societies (IFFS). Soprattutto, la SIRU è l’unica società scientifica che si occupa dei problemi della fertilità ad avere ottenuto – per numero e rappresentatività di iscritti e per il rigore del suo Statuto – l’abilitazione e il riconoscimento del Ministero della Salute a redigere le linee guida in materia.

Come sottolinea il presidente nazionale, Antonino Guglielmino, direttore del Centro Hera-UMR di Catania: «Il costante incremento delle coppie infertili è stato attribuito per certi versi al cambiamento“sociale” che ha portato a ritardare il tempo della genitorialità, con tutte le conseguenze legate all’età riproduttiva più avanzata delle donne. Ma uno studio condotto dall’US National Survey of Family Growth evidenzia, sorprendentemente, come il maggiore incremento di infertilità si realizza nelle donne con meno di 25 anni (42%), in confronto con la fascia di età 25-34 anni (12%) e 35-44 anni (6%), dimostrando come non tutto sia ascrivibile all’aumentata età, ma piuttosto agli stili di vita e soprattutto all’inquinamento. E invero ogni anno migliaia di elementi chimici sono rilasciati nell’ambiente atmosferico, nell’acqua, nel terreno e trasferiti nei cibi e nei nostri corpi che sono costretti a venirne a contatto. Molti di questi contaminanti sono presenti nei nostri organismi o tessuti (compresi liquido amniotico e cordone ombelicale) a concentrazioni sufficientemente alte da essere preoccupanti.»

Al congresso interverranno anche gli altri due membri del collegio di presidenza, la biologa Paola Viganò e l’uro-andrologo Luigi Montano, tra i massimi esperti in materia di interferenti endocrini. Ci sono diversi modi in cui l’inquinamento ambientale danneggia la fertilità. I più noti sono: il peggioramento dei parametri seminali in termini di qualità e quantità, l’aumento di alcuni difetti genitali congeniti e disfunzioni ormonali dell’apparato riproduttivo femminile. È da sottolineare come i segnali ormonali siano uno dei modi più importanti in cui i geni vengono attivati o disattivati, con un amplissimo range di effetti conseguenti. Nella prevenzione dei danni diventa perciò fondamentale, soprattutto nei confronti delle giovani generazioni, l’informazione e l’integrazione fra politiche sanitarie e ambientali, attività clinica e territorio, ormai passaggi obbligati per la tutela della salute riproduttiva, a cominciare dai consultori e dai medici di base, per creare una grande rete per la fertilità». Per maggiori informazioni: www.pmaumanizzata.com; info@siru.it

Autore dell'articolo: ma1tv

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