I “fantasmi” del passato e l’intimidazione all’avvocato Favi

Sul movente dell’incendio dell’auto in uso alla famiglia dell’avvocato Francesco Favi, presidente dell’Ordine degli avvocati siracusani, negli ambienti giudiziari e investigativi si sarebbe formata una linea di pensiero per i possibile collegamenti dei vecchi fatti che ci riportano alla mente i Veleni in Procura, l’Attacco alla Procura e per ultimo il Sistema Siracusa; indagini che si sviluppano a ventaglio e su più fronti. Tra le tante ipotesi, la valenza può intrecciare la vecchia regola di mafia della vendetta trasferita nel tempo, anche se per la consuetudine inversa l’intimidazione attraverso l’incendio di un’automobile non regge il ragionamento logico; semmai si potrebbe parlare di un attentato molto più dirompente, e gli ingredienti ci sarebbero tutti per formulare una vendetta che porta la forma della coraggiosa azione degli otto magistrati siracusani, ma anche le denunce dell’Ordine degli avvocati di Siracusa, con a capo Francesco Favi. Ma non è un’ipotesi da scartare.

Nell’ambito del Sistema Siracusa nella collaborazione con le diverse Procure Italiane degli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, oltre a Giancarlo Longo per i fatti specifici, si potrebbero inserire tanti cattivi pensieri per la possibile ripercussione dei tanti personaggi anche di spessore criminale coinvolti e finiti sotto processo proprio per la collaborazione dei tre “delatori siracusani” e dei contenuti in premessa riportati.

Di solito si traccia un percorso per analizzare gli aspetti della possibile vendetta, ma una storia giudiziaria troppo ingarbugliata come questa che assomma un periodo lungo di oltre 15 anni, con decine e decine di persone coinvolte a vario titolo, non si può di certo svelare in poche battute, anche perché ci sono ancora troppe cose da scoprire. Non dimentichiamo che la trattativa Stato-Mafia spunta fuori dopo decenni e con ancora tanti segreti nascosti.

“Sin da gennaio di quest’anno sono diversi e non tutti riportati dalla cronaca gli attacchi diretti o indiretti, fisici o minacciosi che hanno colpito i tanti difensori, avvocati del Foro di Siracusa, fino all’incendio che quella notte ha distrutto l’autovettura del Presidente dell’Ordine degli avvocato, Francesco Favi sotto la sua abitazione. Vista la funzione sociale esercitata dall’avocato Favi, che nell’epoca moderna appare sottovalutata, dovrebbe essere considerato inviolabile (o quantomeno più che rispettato) per la sua figura costituzionalmente garantita, dal Presidente del Coa al praticante che s’iscriverà lunedì prossimo venturo.” Così commenta la vicenda legata all’attentato incendiario contro Francesco Favi, l’avvocato penalista, Paolo D’Orio.

La cronaca. “È con profondo imbarazzo…”. Sono le prime parole nell’esposto che ha dato vita all’inchiesta delle Procura di Roma e Messina, con gli arresti di magistrati, avvocati, giornalisti e professionisti. Secondo l’accusa, si sarebbero messi d’accordo per inventare complotti come quello legato all’Eni, aprire fascicoli fantasma, acquisire le carte di altre indagini, minacciare e spiare colleghi. Sono stati proprio gli otto coraggiosi magistrati siracusani, il 23 settembre 2016, a firmare l’esposto per denunciare gli strani rapporti fra un collega, Gianluca Longo, e gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, tutti e tre raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare richiesta dalla Procura di Messina.  “Nell’ambito della gestione di diversi procedimenti penali, si legge nell’esposto, si sono palesati elementi che inducono a temere che parte dell’azione della Procura della Repubblica possa essere oggetto di inquinamento, funzionale alla tutela di interessi estranei alla corretta e indipendente amministrazione della giustizia”. Questi i nomi dei magistrati Margherita Brianese, Salvatore Grillo, Magda Guarnaccia, Davide Lucignani, Antonio Nicastro, Vincenzo Nitti, Tommaso Pagano e Andrea Palmieri, che hanno acceso la miccia della Giustizia.

Un passo indietro. Nel 2011 erano arrivati a dodici gli indagati iscritti a modelli 21 (persone note) dalla Procura della Repubblica di Messina che ha indagato a fondo sui vecchi e i nuovi veleni, scaturiti alla procura di Siracusa, o forse è giusto dire, in tutto il palazzo di giustizia già qualche anno fa, e finiti ancora una volta sui tavoli dei pm messinesi. Coinvolti a vario titolo, c’erano magistrati, giudici, imprenditori, dirigenti pubblici, politici, giornalisti, avvocati, faccendieri e portaborse. Quello che stava succedendo in quei giorni al palazzo di giustizia di Siracusa è una ripetizione di un pezzo di storia ancora tutto da riscrivere. Le verità cambiano al passar delle ore. Da Siracusa a Palermo, ancora Messina, Roma e Milano, Trani e Siracusa.

L’impressionante escalation con cui si evolvano i fatti messi sulla bilancia della Giustizia costituì un clamoroso atto d’accusa non soltanto contro i colleghi magistrati, ma nei confronti dell’intera classe politica, giudiziaria, imprenditoriale e parti sociali. Sulla bilancia la sanzione del trasferimento d’ufficio per diversi togati, la più grave, per almeno tre di questi magistrati, ha finito per essere una punizione per tutti.

La premessa della cronaca aspira a chiarire che la Prima Commissione del Csm non arriva al Palazzo di Giustizia di Siracusa solo per il Pm Giancarlo Longo, come fatto appariva di primo acchito ascoltando i tamburi di guerra che suonavano ormai notte e giorno, ma per una lunga serie di esposti e denunce ben articolate nel tempo trascorso in mezzo ai veleni.

Sono i nuovi “Veleni in Procura” che non convincono la pubblica opinione, né i magistrati inquirenti, e mentre i fatti si raccontano con paginate d’inchiostro, confondono le idee e verità e non s’intravvedono spiragli di chiarezza con tanto fumo negli occhi, calunnie e notizie false con la rettifica l’indomani. Il tutto è rimescolato in un brodo non del tutto conosciuto dalla maggioranza dei cittadini che da almeno dieci anni (allora) ribolle e dove ognuno vuole identificarsi come chi ha spedito per primo l’esposto-denuncia (arrivati a circa diciotto nel totale tra validi e inutili).

Già, per la cronaca, altre volte ci sono state denunce contro magistrati e giudici siracusani. Anche il procuratore generale Scalia ha definito a caldo una vicenda insidiosa quella del palazzo di giustizia di Siracusa. “…per tutte le vicende elencate a lungo, ci sono degli accertamenti di spessore e perciò ci vogliono tempi lunghi. Le indagini sono complesse, e talora necessitano di perizie impegnative. Ma chi adombra sospetti e persecuzioni da parte di qualche magistrato sbaglia”.

Da Messina investigatori e inquirenti alzarono il muro dell’assoluto silenzio, anche se nei giorni trascorsi prima dello svelamento dei preparati elementi probatori, sarebbero state sentite diverse persone informate dei fatti. In gioco c’erano enormi interessi: nel comparto industriale, nel traffico dei rifiuti pericolosi, nelle cento discariche velenose e per quelli solidi urbani, nella gestione dell’acqua, nei risarcimenti milionari, nei lavori pubblici, raggiri e sentenze truccate contro il comune di Siracusa e tutto il resto che conosciamo molto bene. Un territorio da oltre mezzo secolo interessato ai connubi tra la politica e i poteri forti a ventaglio e che ancora una volta subisce i contraccolpi della guerra tra diversi gruppi di potere. Entrano nella logica investigativa anche le amministrative che terminano con misteri, intrecci e riferimenti proprio su interessi delle tematiche industriali, in particolare sulle discariche dei rifiuti velenosi e i dintorni, con il coinvolgimento diretto di uomini della politica, funzionari e dirigenti, nel “cerchio magico” del polo petrolchimico siracusano.

La storia ci riporta indietro con il fascicolo “attacco alla Procura di Siracusa”, dopo i vecchi veleni alla stessa Procura. In un voluminoso fascicolo c’è la storia di una parte della politica siracusana che fu attaccata dalla Procura della Repubblica con la richiesta di arresti e di rinvii a giudizio. Facevano il loro dovere. Ma la politica e dintorni a sua volta reagì con un attacco, forse sproporzionato (ma legittimo sul piano giuridico – volevano solamente dimostrare la propria innocenza), coinvolgendo il Parlamento italiano, Camera e Senato, la Commissione Antimafia, il ministro della Giustizia, il Csm e tante istituzioni dello Stato. Quel processo non è mai partito per intero, ma solo a spezzoni e dopo tanti anni. Fascicolo che partì e rimase in ozio qualche anno presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria, dopo essere transitato per quella di Messina per legittimità territoriale, per ritornare a Messina e finire nel nulla perché non era conforme alle norme della Giustizia italiana, e in parte, con tanti ragionevoli dubbi. Ma nella guerra tra magistrati siracusani, e a tratti con uomini della politica, avvocati e fior di giuristi, la ricerca della verità rischia di incamminarsi per le scorciatoie dei tanti veleni che assumono impropriamente il sapore di una sola verità, trascurando che la stessa storia e la stessa materia a sua volta è figlia di altre storie lontane e, forse, anzi sicuramente, più ancora di fatti personali e d’interessi economici in cui ci sono in gioco appalti e risarcimenti per milioni di euro, ma anche tanti contanti soldi sonanti, e le carriere sia politiche sia giudiziarie.

Ben lungi dal fornire conoscenze sicure e univoche. In ogni caso, la lusinga di ridurre la guerra in atto a mero strumento di conferma di presunte verità d’altra matrice dolosa che può comportare un’arroganza raziocinante che disprezza il confronto intellettuale con l’enorme materialità della realtà in una sub-cultura tutta siracusana difficile da smantellare, con la contraddittorietà e la frammentarietà dei fatti, con la frequente casualità degli accanimenti e la loro irriducibile resistenza a trovare chiarimenti in grande regie o progetti predefiniti a tavolino, con tanti registi e attori, tutti bravi e con anni di esperienza alle spalle.

Al contrario, oggi occorre una nuova auspicabile moralità politico-giudiziaria che non può non recuperare di certo il valore indispensabile del controverso conoscitivo, quale riflesso della consapevolezza epistemologica del carattere suppositivo delle tante verità messe in campo, ma finora palesemente negate. La troppa strumentalizzazione messa in campo, oltretutto abbastanza palese, ha fatto la differenza nella mancata reazione di chi aveva ed ha la responsabilità d’intervenire per fermare in tempo chi ha approfittato delle occasioni per delegittimare, accusare e condannare il nemico scomodo, o avversario che dir si voglia. Non si è badato a spese. Pentiti, “agenti segreti” reclutati su Facebook, con fascicoli costruiti ad arte per facilitare il compito a chi doveva indagare e invece si è lasciato convincere di fatti e misfatti.

Un confronto che oggi non regge il gioco delle parti dove gli attacchi non sono equilibrati e alla fine la verità sarà soddisfatta del lavoro onesto portato avanti, scoprendo chi ha pescato nel torbido e chi ha ragione da vendere. Almeno così si spera.

Si registra un Csm che vuole far ora davvero chiarezza dentro la propria casa, senza lasciare niente al caso, mentre prima, ad onore del vero, si è registrato un silenzio e un atteggiamento confuso, fino ad arrivare in fondo al tunnel senza mai accendere la luce della verità.

Ad accendere l’interruttore della Giustizia, dopo l’esposto degli otto magistrati siracusani, la Procura di Messina che ha creduto nella ricerca delle ipotetiche verità più volte denunciate in maniera martellante e la speranza che ogni cosa si possa davvero chiarire, senza trucchi né vendette, allo scopo dell’unica e incontrovertibile verità finora negata. Il fine non può davvero fornire, fuori dalla logica della semplice narrazione di Machiavelli, i mezzi utilizzati per colpire il nemico che non c’è.

Concetto Alota

Autore dell'articolo: ma1tv

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